di Don Backy
Capitolo conclusivo sulla cultura “della strada”, tra dialetti e detti popolari
Concluderò il nostro viaggio culturale, riassumendovi di dialetti popolari, luoghi incantati e curiosità appagata anche attraverso una cucina di strada, nemmeno lontanamente immaginata ad altre latitudini. Nei dì seguenti – bordeggiando la costa – riprendemmo la strada del continente, circondati da esplosioni di oleandri, fermandoci a bagnarci nelle acque oleose delle saline di trapani, ammirando nel contempo la rocca che si erge a protezione di Erice, respirando a pieni polmoni iodio e salmastro, mescolati al balsamo naturale delle zagare ( fiori di agrumi), che invadeva l’aria di dolci fragranza, fottendocene – a dir la verità – se Nel Casata (il vero Dea Moriente di Sulla strada), scorrazzava invece per gli Usa con un vecchio autobus, cercando proseliti da iniziare all’elleessedi, per avvicinare – attraverso questa sostanza – l’uomo all’arte. Ricordammo anche – stavolta con interesse minore – che a Woodstok, proprio in quel periodo, si stava concludendo un colossale raduno, durante il quale Jimy Hendrix e Bob Dylan, avevano musicato la pagina più importante dell’opera hippy. “Dove avranno cagato in questi tre giorni tutti quei figli dei fiori?2 – si chiese Giardino con logica curiosità. “Chissà quanta fortuna…”- sottolineò invece Tonino, memore del detto popolare. Un vero approfondimento sulla cultura hippy. Sul lungomare di Palermo alcune graticole spandevano un odore così appetitoso, che io non seppi resistere. “E stigghiole…’e stigghiole…” gridava il venditore, immerso nella colonna fumosa, rigirando certi cilindretti dall’aspetto accattivante. Chiesi a Guerrino di accostarsi e, rivolto al venditore domandai: ” Scusi, ma cosa sono, salsicce…?”. ” Vureddu di vitedduzzo sunno…” – rispose l’uomo servendo persone che addentarono golosamente. “Salamele piene ‘d merda, insomma” – tradusse Giorgio nella sua lingua. “Come ci piace a vussia…” – ribatte l’altro, seguitando poi a lanciare il suo grido e cantando a squarciagola: ” …Lisa dagli occhi blù/ Senza le trecce la stessa non sei piùùù”. A quel punto, un certo qual rimuginio nello stomaco, finii col provarlo, ma resistetti. Non avrei mai rinunciato ad appagare – fosse pure con ‘e stigghiole – la mia curiosità. Senza contare, in tempi più recenti, quando, trovandoci al teatro greco di Selinunte – io e Enzo – suggestionati da cotanta magia e misticismo, declamammo roboanti versi, impostando la voce stentorea e guardando l’orizzonte: ” O tu, Omero, facci cantare dalla Diva, l’ira funesta di Achille…” Ecco. A tutto questo (e ad altro), debbo quel poco (o quel tanto) che forma la mia cultura di strada.
RadiocorriereTV n° 31 31/7/01