di Don Backy
Ultima puntata del racconto di fantascienza ispirato da una lettrice
Questa è la terza e ultima puntata del racconto I figli delle stelle, che tende – alla mia fantasiosa maniera (l’unica possibile da parte mia in questo campo, lasciando a uomini di fede e cultura, l’approfondimento) – a dare una risposta sulla evoluzione dell’uomo e sulla possibilità dell’esistenza di altri pianeti abitati, che una gentile signora lettrice si è premurata di rivolgermi. Un’astronave è caduta sulla terra poco distante da un gruppo di ominidi, trentamila anni fa circa…”Senz’ombra di ostilità, Ah-Ha – il navigatore – alzò la mano destra e la portò al cuore. Horak – il capo branco – lo imitò felice, ridendo. La sua tribù rise con lui. Le sue mogli, i suoi amici, le sue sorelle, i figli, tutti risero mentre si ergevano e – finalmente – mostravano segni d’interesse verso quel curioso essere piovuto dal cielo. Poi seguirono il loro giovane e forte capo e tutti insieme – dopo aver annusato il nuovo venuto e aver stabilito che in lui non c’era odore di paura o di aggressività, decisero di accettarlo. Alcuni Pterodattyli gracchiarono nell’aria rotta dalle loro ali pesanti, disegnando nel cielo ghirigori decisi. Frusciarono le foglie dal verde abbacinante, scosse da quel leggero vento improvviso. Quanti cicli vitali erano passati da quel momento? Chissà se – dal suo pianeta – sarebbero mai venuti in suo soccorso, ma ormai non ci sperava più e – tutto sommato – Ah-Ha il navigatore, adesso non lo desiderava nemmeno. Sentiva che la sequenza dei suoi giorni su quel curioso, magnifico pianeta, aveva mutato ritmo. Molte volte aveva visto le foglie germogliare, la neve cadere, il sole farsi torrido. Chiuse per un attimo gli occhi stanchi, lisciandosi la fluente barba d’argento. Rivide – in una nebbia lontana -Yip-Sybn suo figlio e Ze-Tha, sua moglie. Sperò che nemmeno loro, su Hapry-Korn, lo aspettassero più. Immaginò per qualche istante di poter accarezzare di nuovo la pelle liscia e vellutata di lei, provò ancora la voglia di poter baciare le sue labbra sensuali (che lo avevano martoriato nei tempi successivi al suo forzato atterraggio e alla grande forza di volontà, cui aveva dovuto far ricorso per non impazzire). Rivide – e un leggero sorriso gli increspò le già rugose labbra – Tarak (la sorella di Horak, l’ominide), divenirgli sempre più familiare, con i grandi occhi curiosi sgranati su di lui, toccarlo, accarezzarlo…Ricordò la prima parola, che – dopo tanti anni – era riuscito a insegnarle, e tutte le volte che poi – lei – gliela aveva ripetuta: Amore…. E un bel giorno, era nato lui, Ther-Ha. L’evoluzione, aveva compiuto un nuovo passo avanti. Poi, negli occhi di Ah- Ha scese il buio per sempre. Qualcuno pianse e questo non era mai accaduto prima d’allora. Quanti cicli vitali erano trascorsi da quel momento? La nuova astronave compì l’atterraggio con grande precisione. Il sole illuminò la sua superficie levigatissima, mandando barbagli argentati. Il biondo Ther-Ha, figlio di Ah-Ha il navigatore e di Tarak la femmina ominide, uscì dal bosco camminando eretto sulle robuste gambe, si avvicinò agli esseri che stavano andando verso di lui, si pose una mano sul cuore e sorridendo pronunciò quella sola parola: Amore .
RadiocorriereTv n° 51 23/12/03