Riduzione delle emissioni: Quello che i governi non ci dicono

una ciminiera con il suo pennacchio di fumi in una foto notturna

Riduzione delle emissioni

Quello che i governi non ci dicono

Se vi chiedessimo che cos’è la delocalizzazione probabilmente rispondereste a grandi linee che si tratta di un fenomeno grazie al quale alcune aziende spostano parte della propria produzione in regioni o stati dove materiali e mano d’opera permettono un abbassamento dei costi. Non è così?

Esiste però un’altra tipologia di delocalizzazione, meno conosciuta e più pervasiva, che è in atto già da molti anni senza che nessuno ve ne parli apertamente: la delocalizzazione dell’inquinamento.

Sia chiaro, siamo stati tra i più ferventi sostenitori dell’accordo COP21 di Parigi e di tutto ciò che ne è disceso a cascata. Abbiamo parlato dei limiti degli obiettivi proposti ma contemporaneamente abbiamo creduto nello sforzo unitario e mondiale di ridurre le attività umane che accelerano il riscaldamento globale e tutti gli effetti che ne derivano.

Le uscite della nuova amministrazione americana, di abbandonare i propositi di restare al fianco delle altre nazioni in questa battaglia, hanno allarmato tutti, ma c’è qualcosa di più che non è stato detto e che è importante che le opinioni pubbliche sappiano: anche quegli stati che si sono fregiati di aver ridotto le emissioni di CO2 in realtà hanno semplicemente preso lo sporco e lo hanno nascosto sotto al tappeto.

La delocalizzazione dell’inquinamento

Gli accordi di Parigi hanno un enorme limite: quello di imporre agli stati firmatari di raggiungere determinati obiettivi di riduzione all’interno dei propri confini. Gli stati hanno firmato per ridurre l’inquinamento prodotto da attività presenti sul suolo della propria nazione e basta. Che cosa è successo, però? Che per mantenere gli standard di produzione, per non toccare le economie con provvedimenti drastici anche se di lunga visione, gli stati più opulenti hanno cominciato ad acquistare materie prime prodotte in altri paesi, lasciando quindi loro con il cerino in mano di dover gestire l’inquinamento prodotto dalle lavorazioni.

In alcuni casi il risultato della somma delle emissioni interne (in calo per i tagli) con quelle esternalizzate, ha portato al triste risultato che molti singoli stati hanno aumentato il loro apporto all’inquinamento globale. I dati di cui stiamo parlando fanno per esempio emergere dei fenomeni che molti neanche immaginano, come quello che ci dice che la produzione delle emissioni globali prodotta in casa e nel mondo dagli Stati Uniti, è stata più alta sotto l’amministrazione Obama che in quelle precedenti. Eppure sappiamo quanto prioritaria fosse la questione ambientale per quel governo. Immaginiamoci che cosa sta succedendo adesso, quando al timone della nazione più potente del mondo sta un presidente non propriamente friendly verso le politiche ambientali.

Qualche dato

un grafico che mostra le emissioni di CO2 prodotte dalla Gran Bretagna negli ulimi decenni

In questo grafico del New York Times sono indicate le emissioni misurate in milioni di tonnellate di Anidride Carbonica prodotte dalla Gran Bretagna negli scorsi decenni. In grigio sono indicate le emissioni prodotte sul suolo nazionale, ed il calo negli ultimi anni è molto evidente; in rosso invece la somma delle emissioni interne (quindi quelle in calo della linea grigia) con quelle della produzione di materiali e risorse esternalizzata in altre nazioni. Il grafico descrive una curva che mostra come si stia semplicemente tornando ai livelli degli anni ’70, ma certifica una sostanziale inazione, nel computo delle operazioni, sulla riduzione dell’impatto produttivo della Gran Bretagna all’inquinamento globale. Sconfortante, no?

Cosa fare?

Per prima cosa è molto importante che i cittadini siano consci di questi dati. Che sappiano cioè che quando viene sbandierato loro il risultato di una riduzione sulle emissioni è necessario un ulteriore approfondimento, per scoprire se  queste dipendano da seri tagli o innovazioni sulle produzioni oppure se si è semplicemente di fronte al frutto di questa subdola tipologia di delocalizzazione.

Per fare ciò articoli come quello del New York Time, ma anche piccoli blog come il nostro, devono raggiungere più persone possibili e spiegare quanto questi dati impattino sulla loro vita presente e soprattutto futura. Cercare quindi di creare un contesto positivo dove le notizie circolino, in maniera informativa e non soltanto allarmistica, nella speranza di costruire una nuova generazione di cittadini consapevoli, propositivi, in grado di fare pressione sui propri politici di rappresentanza affinché le tematiche ambientali siano al primo posto.

Nel nostro piccolo, assieme al nostro TG ambientale che riprenderà da metà Settembre e a questo blog che riparte proprio da questo contenuto, abbiamo messo a disposizione di tutti anche un gruppo Facebook, Facciamo accadere il Verde!, dove non soltanto noi ma chiunque voglia contribuire con riflessioni, link esterni, esempi di eccellenza, problematiche, possa farlo liberamente e in un luogo dove si predilige il ragionamento e l’analisi piuttosto che il tifo da stadio. Cliccate sopra per chiedere di entrare.

Altre sono invece le idee messe in campo da vari esponenti politici e da associazioni di settore, tra le quali la realizzazione di una Carbon Tax globale, che venga applicata a tutti gli stati in maniera identica. Questa tipologia di soluzione, però, non tiene conto della necessità di alcuni stati opulenti di delocalizzare, con la necessità di piccoli stati in via di sviluppo di attirare economia.

Insomma… la delocalizzazione dell’inquinamento sta diventando un nuovo fattore di divisione, perché per farsi belli agli occhi dei propri cittadini ed elettori, difficilmente al diminuire delle emissioni sul proprio territorio, i grandi attori del mercato globale corrisponderanno un’altrettanta attenzione a ciò che i loro acquisti producono altrove.

Eppure il globo è piccolo, molto piccolo quando si tratta di inquinamento globale. Ce ne renderemo conto sul serio, prima o poi?

by Leonardo Vannucci

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