di Don Backy
Conclusioni sul mio primo pezzo: La storia di Frankie Ballan
E l’ultima puntata, al termine della quale rivolgerò a voi cortesi lettori un quesito – e mi auguro che qualcuno riesca a darmi una risposta – riguardante la paternità della mia prima canzone La storia di Frankie Ballan. Or dunque: siamo al bar Renata, nella primavera del 1961 e a me – grazie all’ascolto di un brano intitolato Tom Dooley, che il juke box sta diffondendo – sembra spalancarsi un mondo nuovo.Torno a casa di corsa e mi rannicchio sulla poltroncina girevole davanti alla scrivania, cercando di cacciare nello shaker del cervello gli ingredienti giusti. Ci ficco le luci e le ombre, che hanno illuminato e oscurato la mia strada, fumo di sigarette e nebbia, sapore di caramelle di menta, la sensazione che il mio paese non sia più il centro del mondo, un lungo viaggio tra le stelle e i sogni. Mescolo amorevolmente questo cocktail e spero riesca ad addolcire l’amaro, le delusioni patite fino ad allora, insieme a una piccola melodia, che man mano prende a distaccarsi dalla nave scuola, per navigare da sola. Preparo un foglio, una matita, poi comincio a stringere la chitarra come fosse un corpo flessuoso di ragazza. Un momento magico mi avvolge, ma cade giù di colpo. Prendo a fissare la pagina innervosendomi un po’, ma ormai la sfida è lanciata. Di colpo la stanza mi pare popolarsi di fate, folletti, maghi, che prendono a scrivere sul foglio bianco: “Questa è una storia, amici/Che vi voglio raccontar” /. Quelle due frasi – così diverse dai luoghi comuni ideati fino ad allora negli sporadici tentativi – escono fuori stupite e un po’ smarrite, sorprendendomi di avercele avute in qualche meandro del cervello. Superato un primo momento sbigottito, mi metto a cercarne altre, avendo adesso la certezza di possedere qualcosa che fino ad allora ho solamente intuito e cioè: un universo meraviglioso, tutto da esplorare. Trascorrono ancora ore di rabbia e paura di non riuscire ad andare avanti. Decido di smettere, ma – mentre mi preparo nervosamente ad andare a letto – sento tornare nel cervello quell’idea dannata, che mi riporta verso la magìa. Intanto l’alba compare dietro i vetri della mia finestra, facendo sbiadire la notte. La prima dedicata al poeta che è in me, mentre – finalmente – i versi prendono a scorrere fluidi com’è naturale che sia. Sì, infine, provo sensazioni meravigliose. Così è nata La storia di Frankie BaIIan, la mia prima, vera canzone. Forse sarebbe volata alta, o forse sarebbe morta nel cassetto, ma ormai è nata e sarà mia per sempre. Adesso sento il grande, magico portone – quello che immette nel regno fatato dei poeti – schiudersi anche per me. Ora vi rinnovo la domanda (e mi auguro che qualcuno possa darmi una risposta): come è stato possibile che il brano – in Siae risulta depositato a nome di Detto Mariano e Michi del Prete nel 1962 – sia invece stato scritto e registrato su disco 45gg. Rainbow 400/45 (con una magia degna del miglior Merlino) da me, addirittura un anno prima (1961), quando ancora nemmeno sapevo dell’esistenza dei due? A voi (e al giudice) l’ardua sentenza!
PS. Naturalmente è ben accetta anche una risposta che arrivasse da Mariano e del Prete
RadiocorriereTV n° 48 2/12/03