di Don Backy
Bisogna valutare il lavoro in ogni sua parte, caro Luzzatto Fegiz
Penultima parte della lettera spedita al dott. Luzzatto Fegiz, in risposta alla recensione gratuitamente astiosa fatta sul mio Cd Signori si nasce e io lo nacqui e sui miei due libri. (…) Al di là del fatto che le critiche – come gli elogi – bisogna pur accettarli (ma a ragion veduta, perbacco, dopo aver veramente valutato il lavoro in tutte le sue sfumature). Si chiami Luzzatto Fegiz o Pinco Pallino, il recensore di turno. Se le critiche sono faziose o di parte e servono solo per alimentare la fama di ‘cattivo’ e l’ego del recensore, allora sai che ti dico? Che dovresti provare a scriverla tu una canzone (io sono a circa 400, parole e musica, e per tutti gli usi), allo scopo di misurarti – se non altro – con te stesso e per capire soprattutto quel che si nasconde dietro le canzoni. E cioè che queste sono fatte non solo di note e parole, ma di sudore, di speranze, di notti perdute all’inseguimento di un sogno leggero, di ossa, di sacrifici e qualche volta anche di sangue, allo scopo principale (per quelli che ci credono), di tirar fuori una magia. Ecco, tutto questo bisognerebbe valutare prima di mettere in campo il proprio altisonante nome e sparare sul pianista a piacimento. I testi ti imbarazzano? Vorrà dire che chiederò a Michi del Prete se me li scrive lui. A me – che non mi sembra di essere uno stupido incompetente – non mi pare nemmeno di sentire in giro delle cose così fenomenali da far valutare tanto scarsamente le mie. Passo a dirti riguardo al libro e fumetto che hai voluto – in qualche modo – ‘salvare’. Sono certo che C’era una volta il Clan, tu non l’abbia nemmeno sfiorato e che ti sia limitato a leggere i ‘protagonisti’ citati in prima pagina, immaginando che – trattandosi di me e del Clan – io sicuramente avessi riversato “palate di m….” (cito la tua… elegante immagine) sui protagonisti. Non è così, credimi. Anzi. Mi sono limitato a raccontare ciò che ho vissuto, partendo addirittura dal 1955, quando il Clan – per me – era di là da venire. Altrimenti lo avresti notato che non solo di Clan si tratta, ma di una storia che racconta l’ambiente della musica leggera italiana come forse mai è stata raccontata, da uno (forse l’unico) che l’ha percorsa in lungo e in largo e in tutti i settori (a proposito sono alla terza ristampa e 10.000 copie vendute fino ad ora e l’editore si chiama L’isola che c’è e non come erroneamente da te citato). Clanyricon – invece – è una satira graffiante e – credo – divertente. Si sa, che la satira tende sempre a dilatare i difetti e i pregi dei personaggi. Ma – al di là di questo – io sono uno dei pochi che può dire esattamente cosa è stato il Clan, avendo contribuito a fondarlo, a tesserne la gloria (più di tutti) e a vederne la fine (1968), non certo per colpa mia. Liberi di non crederci, ma io vado diritto per la mia strada, e sono certo che le soddisfazioni questo disco me le darà, magari facendomele arrivare dall’unico giudice che per me conta e ha sempre contato. Il pubblico. Dài Mario, diventa buono anche tu (tra tutti ‘sti buonisti), altrimenti mi butto per terra, mi metto a piangere e finisco domani. Sempre a disposizione, ti saluto. Don Backy.
RadiocorriereTV n° 41 14/10/03